| Introduzione e Cenni storici |
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| I Navigli sono canali artificiali
primieramente d’irrigazione dei prati ma anche navigabili; della
loro plurifunzionalità, di essere cioè canali irrigatori,
navigabili e produttivi di energia si è scritto molto mentre
poco è stato considerato il ruolo svolto per la pulizia e l’igiene
della città di Milano.
Per esercitare un efficace ruolo di pulizia l’acqua dei Navigli
non deve essere né dura né stagna ma molle e corrente,
come dimostrano i requisiti chimico – fisici delle acque dei
Navigli analizzati anche di recente. L’acqua dei Navigli ha
un pH con valori prossimi alla neutralità e una durezza medio
– bassa, si tratta perciò di acqua adatta per lavare
e per di più beve rapidamente la schiuma dei saponi e delle
liscivie, come sottolineava il poeta Luigi Medici ( 1888-1965 ) nel
sonetto “El Navili di poveritt”,nel quale descrive le
azioni della lavandaia e le proprietà dell’acqua:
“La storc, e l’acqua la ghe bev su i scumm”
(storce e l’acqua beve via le schiume),
“la resenta; e se gonfia el camisoeu d’acqua fresca”
(sciacqua e la camicia si gonfia di acqua fresca)
La pulizia del corpo dei Milanesi era in origine affidata alla
cosiddetta “pulizia secca”, demandata cioè al cambio
della biancheria; i frequenti cambi di abito, soprattutto degli indumenti
bianchi, incrementavano il lavaggio a carico delle lavandaie.
L’eleganza e la moda si associavano all’igiene personale:
si lavavano perciò più gli indumenti che le persone
e questa usanza era poco frequente tra chi di indumenti non ne aveva
abbastanza.
“Anziché abbattere il coperto del Figini o ampliare la
piazza del Duomo – raccomandava lo storico Cesare Cantù
– preferirei vedere costruiti i lavatoi, dove il pezzente potesse
andare, torsi di dosso l’unica camicia e gli unici calzoni,
vederli risciacquati, lisciati lì per lì, e rimetterseli
partendo con la spesa di un soldo”.
I molti lavatoi costruiti lungo i Navigli, fuori dalla cerchia interna,
servivano la città e i nuclei rurali da dove provenivano le
lavandaie al servizio delle famiglie Milanesi.
I cambi d’abito erano molto frequenti soprattutto nella stagione
estiva.
L’attività della lavandaie, costrette a lavare carponi
“in posizione cioè incomoda senza alcuna difesa dall’inclemenza
delle stagioni”, cresceva con l’aumento della popolazione
di Milano e del contado.
Tra le mani delle donne che sciacquavano, strizzavano, sbattevano
e coprivano di cenere gli abiti per la cosiddetta “imbiancatura”,
non passavano semplici indumenti, ma anche la credibilità dei
governanti di Milano. Una grande responsabilità per le lavandaie,
che conoscevano tutti i metodi ( “l’olio di gomito”)
per restituirle al massimo del candore. Tra gli “ingredienti”
più importanti del bucato erano utilizzati acqua corrente –
quella dei canali milanesi – e un’energica sbattitura
su una tavola di legno – il “brellin”; nei casi
più delicati si macerava preventivamente per 24 ore la biancheria
con un misterioso impasto di escrementi di vacca e di bue e l’aggiunta
di liscivia. Il sapone non esisteva e veniva sostituito di frequente
da cenere e acqua bollente versate sopra un panno chiamato “ceneracciolo”
disposto sopra i panni.
Nel frattempo la moda diventava sempre più ricercata e orientata
verso il lusso: la vera novità della moda femminile –
non visibile al pubblico – arrivava nel campo della lingerie,
come attesta nel 1581 in un suo memoriale di protesta contro il lusso
G.A. Trivulzio, che proponeva di limitare l’uso degli ziponi
a un bustino di tela “tanto per tener suso li calzoni per chi
li porta” e di proibire alle donne di portare calzoni di tanta
spesa ( le mutande ) “ come dicesi che facciano”.
Allora fare il bagno non era comunque un’abitudine molto diffusa.
Tuttavia la cultura rinnovatrice investiva anche la cura del corpo,
per la quale alla pulizia secca si sostituì quella bagnata.
Sono del Settecento immagini di donne intente a lavarsi, anche le
parti intime, grazie ad un esclusivo strumento, che fa la sua comparsa
in Francia, il bidet. Un segno dei tempi. Con la rivoluzione francese
e la presa di coscienza, comune a tutti gli strati sociali, della
necessità dell’igiene per combattere microbi e mortalità,
l’acqua per lavarsi diventava indispensabile insieme al sapone,
una tappa fondamentale sulla via della costruzione dei bagni e dei
lavatoi pubblici, che avverrà a Milano più tardi, agli
inizi del Novecento.
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| Informazioni generali |
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Dai dati del censimento svolto dall’Istituto
per i Navigli / Associazione Amici dei Navigli nel 1999/2000 risultano
le seguenti informazioni relative ai Navigli Grande, della Martesana
e di Pavia.
89 è il numero dei lavatoi sulle sponde dei tre Navigli sopra
indicati. Di questi,
62 sono sul Naviglio Grande ( 47 in linea, 12 a livello e 3 a vasca;
51 scoperti e 11 coperti );
20 sono sul Naviglio della Martesana ( 10 a livello, 5 in linea e
5 a vasca; 14 scoperti e 6 coperti; 9 mobili e 11 fissi );
7 sono sul Naviglio di Pavia ( tutti sono scoperti e in linea; 3 discontinui
e 4 mobili)
19 è il numero dei lavatoi nella città di Milano.
11 sono sul Naviglio Grande;
3 sono sul Naviglio della Martesana;
5 sono sul Naviglio di Pavia.
I materiali utilizzati per la costruzione dei lavatoi sono la pietra,
il legno e il cemento.
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| Lavatoio “El Brellin” |
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“Moltissime lavandaie lavorano al Brellin. Le vedi ad ogni
ora del giorno a lavare, strizzare e sbattere i panni, con le mani
gonfie, come sospese sull’acqua”
( dal cortometraggio neorealista di Guido Guerrasio Gente dei Navigli,
1955 )
“El Brellin” è stato il primo lavatoio pubblico
di Milano adiacente al Naviglio Grande e prende il nome dal panchetto
dove le lavandaie si appoggiavano per lavare i panni con l’acqua
derivata da un fontanile; la liscivia o il raro sapone si potevano
acquistare nel negozio nei pressi del lavatoio stesso.
La stessa bottega di articoli per la lavanda oltre a spazzole, candeggina,
acqua calda e sapone vendeva anche una particolare liscivia denominata
in milanese “ paltun”, che si otteneva facendo cuocere
la cenere bianca di fuoco di carbone mischiata con olio, che aveva
la caratteristica di rendere perfettamente bianchi gli indumenti lavati.
Il lavatoio è di tipo coperto e ha la particolarità
di non essere alimentato direttamente dalle acque del Naviglio Grande;
infatti, trovandosi a monte del corso d’acqua, attingeva l’acqua
da una roggia che passava sotto al Naviglio stesso e che si gettava
poi nelle acque del canale.
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| Lavatoi presso
il ponte di via Valenza |
Al di sotto del ponte
di via Valenza passa l’alzaia, che un tempo era sprovvista di
parapetti e di protezioni cosicché le lavandaie potevano comodamente
sporgersi sull’acqua del Naviglio per lavare la biancheria e
i panni sporchi.
Oggi, dopo i lavori di ristrutturazione, l’alzaia sottostante
al ponte è stata rimodernata e svolge la funzione di passaggio
pedonale e ciclabile. |
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| Lavatoio lungo l’Alzaia
Naviglio Grande |
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Il Naviglio Grande a Milano
ai giorni nostri e in una foto d’epoca. |
Questi lavatoi, tra i più frequentati all’epoca, hanno come sfondo
le classiche case a ballatoio tipiche di questa zona di Milano, con
i cortili allungati verso l’interno in direzione perpendicolare
rispetto al Naviglio. Le ringhiere dei balconi e i parapetti venivano
utilizzati per stendere i panni al sole, essendo questa una zona della
città dedita prevalentemente al lavaggio della biancheria e
all’industria lavandaia. Infatti nella cerchia interna della
città non si potevano lavare i panni a causa delle cattive
condizioni in cui versavano le acque dei canali e i milanesi erano
così costretti a rivolgersi alle lavandaie poste lungo il Naviglio
Grande e il Naviglio di Pavia nella zona di Porta Ticinese e nel tratto
della Martesana tra il ponte di Porta Nuova e via Fatebenefratelli,
la zona del Tombone di San Marco. |
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| Informazioni aggiuntive |
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Emilio Gola, “Sul
Naviglio – Vespero o Naviglio”, 1885-88. Olio su tela. Collezione
privata. |
Dei Navigli e soprattutto della figura
dei lavatoi e delle lavandaie il maggior artista è sicuramente
Emilio Gola ( 1851 ; 1923 ) di origine lombarda, studiò per
circa dieci anni soggetti dal vero lungo il Naviglio Grande.
In una delle sue prime opere riprodotte qui di seguito si notano le
lavandaie lungo il Naviglio Grande in Ripa Ticinese. |
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Tra i lavatoi più importanti
lungo il Naviglio della Martesana si segnala il lavatoio di Vaprio
d’Adda, un lavatoio coperto sopra cui si erge la villa del duca
Visconti di Modrone. La struttura presenta tratti simili a un tempio
greco, con un colonnato a sorreggere la copertura.
Lungo il Naviglio Grande tra i lavatoi più importanti e significativi
si segnalano: |
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il lavatoio coperto di Castelletto di
Cuggiono nei pressi di villa Clerici; |
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il lavatoio situato vicino al Padiglione
la Serenella, imbarcadero a servizio di villa Gromo a Robecco sul
Naviglio. La struttura si trova all’interno del giardino monumentale
della villa e veniva utilizzato dalle donne della servitù impiegata
presso la famiglia Casati che nel Seicento ricostruì la villa
utilizzandola per la villeggiatura. |
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i lavatoi nel comune di Gaggiano. L’importanza
di questo centro urbano nello sviluppo della zona metropolitana fu
notevole perchè il Naviglio in origine si fermava a Gaggiano
da cui prese il nome: “Navigium de Gazano”. E’ quindi
spiegata la concentrazione di lavatoi qui, dove gli scambi commerciali
e la comunicazione con i centri vicini erano più intensi. |
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il lavatoio situato nel comune di Milano
nei pressi della Chiesa di San Cristoforo e della passerella che collega
le due sponde del Naviglio, uno snodo comunicativo molto importante
per la vita che si svolgeva lungo le rive del canale. Il lavatoio
è inserito in un complesso unitario ed equilibrato che comprende
il ponte e la Chiesa. |
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